Racconti di Bridge

Enrico Candoli

di Tiziano Agazzi

Quando ho cominciato a giocare a bridge, nel 1972, Enrico Candoli era considerato uno dei più forti, forse il più forte, tra i giocatori romagnoli.
Non posso dire di averlo conosciuto bene: ci frequentavamo solo in occasione dei tornei.
Per la conoscenza che ho avuto di lui credo però di poter affermare che era un giocatore degno di molto rispetto e un uomo degno di un rispetto ancora maggiore.
Negli anni settanta-ottanta la Coppa Siboni, organizzata dall’associazione bridge Ravenna, era, in Romagna, il torneo a squadre più prestigioso. Si svolgeva, nella giornata di sabato, con la formula di un normale Danese, cui seguivano, nel pomeriggio di domenica, una semifinale e una finale tra le prime quattro squadre classificate.
In un’edizione avevano conquistato la finale una squadra di Forlì e una di Cesena.
Dopo la prima metà dell’incontro Forlì aveva un vantaggio consistente; nella seconda metà, però, le cose cominciarono a cambiare e io, che giocavo in sala chiusa, mi rendevo conto che la vittoria, che sembrava acquisita, era tornata in discussione.
Terminato l’incontro, fatti e rifatti i conteggi, la vittoria venne attribuita a Forlì per un punto.
Risultò che Forlì era stata addirittura in svantaggio ed aveva effettuato il sorpasso decisivo nell’ultima mano, giocando e mantenendo, in sala chiusa, un tranquillo contratto di due picche, mentre, in sala aperta, il giocatore di Cesena, convinto di dover recuperare punti a tutti i costi, era andato sotto di una presa, nel tentativo di farne una in più.
Festeggiamenti, premiazione.
Avviandomi verso l’uscita, passai vicino a Candoli e Bondi e sentii la loro conversazione. Bondi chiedeva:
“Allora abbiamo perso per un punto?”
“Si.”
“E se facevo le due picche nell’ultima mano?”
“Vincevamo noi di qualche punto.”
Breve pausa, poi, con voce quieta: “Pensa che nervoso avrebbero.”
In quegli anni capitava spesso che un giocatore fosse costretto a dirigere, in mancanza di alternative valide, il torneo a cui partecipava.
In una serata del campionato romagnolo a squadre, che si svolgeva a Forlì, e che io dirigevo, fui chiamato a decidere su una contestazione fatta dagli avversari ad una coppia della squadra di Cesena.
Presi una decisione sfavorevole per Cesena.
Al termine della serata ci fu una discussione.
Un giocatore giunse ad ipotizzare che potessi essere stato condizionato dal fatto che la sua squadra era una concorrente diretta della mia per la vittoria finale.
Candoli sedeva in disparte, apparentemente disinteressato, mangiando un piatto di maccheroncini.
Gli chiesi cosa ne pensasse e mi rispose:
“Secondo me avevamo ragione noi e tu hai fatto una sciocchezza, però il direttore sei tu e, se hai deciso così, va bene così.”
E continuò a mangiare di gusto.
Quando la malattia, per cui sarebbe morto, era in fase avanzata accettava, piuttosto che restare a casa a piangere sulla disgrazia, anche gli inviti a far parte di squadre improbabili e con esigue possibilità di affermazione, nonostante la sua presenza.
Una sera sedevamo vicini a tavola a cena, durante la pausa tra il turno pomeridiano e quello serale di un torneo.
L’atmosfera era allegra, come quella di una gita scolastica, e ci si prendeva in giro l’un l’altro per le nostre dichiarazioni e giocate, più o meno infelici.
Ad un certo punto estrasse dalla tasca una scatoletta contenente alcune pillole e mi disse:
“Pensa, dottore, fino a poco tempo fa non ho mai preso medicine; adesso ne prendo tante e mi tocca morire lo stesso.”
Inghiottì una pillola e, dopo qualche minuto, rideva di gusto.
Dopo poche settimane morì.
Grazie, Enrico.
Da te ho imparato qualcosa sul bridge e molto sulla vita.

Tiziano Agazzi

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